Il governo Meloni e la continuità del neo‑fascismo italiano
Introduzione
Il governo presieduto da Giorgia Meloni, in carica dal 2022, ha spesso rigettato con forza l’etichetta di “fascista”. Eppure, molte analisi storiche, sociologiche e politiche indicano che il suo progetto di potere e la retorica che lo accompagna rappresentano una forma di neo‑fascismo adattato al XXI secolo — un fascismo senza camicie nere, ma con obiettivi e posture che ne riproducono tratti fondamentali: il nazionalismo etnico, la verticalità autoritaria, l’uso politico della paura e la delegittimazione dell’antifascismo come valore fondativo della Repubblica.
Non si tratta, come spesso si obietta, di un ritorno del fascismo “storico” di Benito Mussolini. Lo stesso Valerio Romitelli, in un saggio per Transform Italia, osserva che la destra meloniana va intesa come un fenomeno “neo‑fascista”, ossia il prolungamento di una cultura politica antidemocratica e antiegualitaria sopravvissuta alla caduta del regime, e poi progressivamente reinserita nel sistema repubblicano grazie a un processo di normalizzazione e legittimazione iniziato negli anni Novanta. Ciò che emerge, quindi, non è la ricostituzione di un fascismo classico, bensì la sua mutazione genetica, resa compatibile con la forma neoliberale e atlantista dello Stato contemporaneo
cit: transform-italia.it
1. La genealogia della destra meloniana
1.1 Dalle radici missine al post‑fascismo
Per comprendere l’attuale governo, occorre risalire alle radici ideologiche di Fratelli d’Italia (FdI), partito fondato da Giorgia Meloni nel 2012 come correndo scissionista del Popolo della Libertà. FdI si è sempre presentato come erede diretto del Movimento Sociale Italiano (MSI) — il partito neo‑fascista creato nel dopoguerra da reduci del regime mussoliniano — e successivamente della Alleanza Nazionale (AN) di Gianfranco Fini. Lo stesso simbolo del partito, la fiamma tricolore, è una riproduzione diretta del logo missino: una dichiarazione di continuità che non si può liquidare come semplice omaggio alla storia.
Meloni stessa, da giovane, non ha mai nascosto le sue simpatie per Mussolini. Come ricordato da L’Espresso, “non aveva alcuna remora nell’esaltare pubblicamente il Duce o nell’indossare la croce celtica”
cit: l'espresso.it
. Negli anni successivi, la leader romana ha raffinato un linguaggio più accettabile, capace di rassicurare i salotti economici, ma senza rinnegare le proprie radici simboliche. Questa “abiura parziale” — una presa di distanza formale dal fascismo come regime, ma non dalla sua idea di nazione organica — costituisce una delle chiavi del successo meloniano: la costruzione di un’identità conservatrice radicale che comunica con la memoria fascista senza mai nominarla esplicitamente.
1.2 “Le radici che non gelano”: il linguaggio dell’eredità
Il riferimento di Meloni al motto tolkieniano delle “radici profonde che non gelano” ha assunto un valore quasi programmatico all’interno della cultura politica di FdI. Come spiega lo storico Tomaso Montanari nel suo saggio La continuità del male, questo codice simbolico è servito alla nuova destra neofascista per travestire la propria fedeltà a un’idea metastorica del fascismo — quella “comunità spirituale” dei combattenti e degli obbedienti — sotto il linguaggio fantasy e pop di Tolkien. È un fascismo culturalmente aggiornato, che sostituisce i riferimenti littori con un immaginario eroico‑tradizionalista, funzionale a costruire una comunità identitaria antitetica alla modernità liberale.
La propaganda dei Campi Hobbit degli anni Settanta, incubatori del pensiero “nazional‑pop” neofascista, diventa così la matrice del populismo meloniano: l’idea che esista un “popolo vero” contrapposto a élite cosmopolite, intellettuali e migranti. È lo stesso sostrato che attraversa la retorica anti‑immigrazione e anti‑woke del governo attuale.
2. La normalizzazione del fascismo nella Repubblica
2.1 Dallo sdoganamento berlusconiano alla conquista del potere
Come ricordato da Giacomo Correale Santacroce su Vorrei, il vero processo di riscrittura della legittimità repubblicana è iniziato con la “discesa in campo” di Silvio Berlusconi nel 1994. L’alleanza con gli eredi del MSI segnò l’inizio dello sdoganamento politico del post‑fascismo: da allora, il confine antifascista venne progressivamente eroso, e i nostalgici del Ventennio cominciarono a occupare ruoli chiave nella scena pubblica.
Quando Meloni viene eletta nel 2022 — esattamente un secolo dopo la Marcia su Roma — il processo è completo. Come nota Santacroce, “il 22 ottobre 2022 è morta silenziosamente la Repubblica democratica nata dalla Resistenza al nazifascismo”
cit: vorrei.org
. Ovviamente non in senso giuridico, ma morale e simbolico: gli eredi diretti di Mussolini governano oggi nel pieno rispetto formale della Costituzione che il fascismo aveva combattuto. È la vittoria dell’opportunismo democratico del neo‑fascismo, che entra nelle istituzioni per cambiarle dall’interno.
2.2 Il passaggio dal “non rinnegare, non restaurare” all’egemonia culturale
La parabola inaugurata da Giorgio Almirante — “non rinnegare, non restaurare” — trova il suo compimento in Meloni. Come ricorda Il Manifesto, le sue parole dopo la vittoria elettorale del 2022 (“dedico questa vittoria a tutte le persone che non ci sono più”) sono un chiaro omaggio ai padri fondatori della comunità missina, non ai partigiani o ai padri costituenti
cit.: ilmanifesto.it
. Questa linea genealogica, mai veramente interrotta, testimonia una volontà di continuità identitaria piuttosto che di superamento.
A differenza dell’Msi marginale degli anni Cinquanta, però, FdI ha potuto beneficiare della crisi della cultura antifascista e del declino della sinistra di classe, conquistando progressivamente una posizione “rispettabile” nel campo del conservatorismo europeo. In questa cornice, il neo‑fascismo non appare più come un’anomalia, ma come una delle possibili varianti del populismo contemporaneo, compatibile con l’euroatlantismo e l’economia di mercato.
3. I tratti distintivi del neo‑fascismo meloniano
3.1 Autoritarismo democratico e verticalità del potere
Una delle principali caratteristiche del governo Meloni è la tendenza a concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo, limitando gli spazi di mediazione parlamentare e sindacale. Il disegno di riforma costituzionale detto “premierato” prevede l’elezione diretta del capo del governo e un indebolimento della figura del presidente della Repubblica. Secondo diversi costituzionalisti, questa modifica altererebbe profondamente l’equilibrio dei poteri, trasformando la Repubblica parlamentare in una democrazia plebiscitaria, più vicina al modello del “capo carismatico” che del primo ministro responsabile.
Anche l’uso frequente della decretazione d’urgenza, la centralità del presidente del Consiglio nei rapporti internazionali, e la marginalizzazione del ruolo dei sindacati (come dimostrano i limiti alle ore di sciopero nel trasporto pubblico imposti dal ministro Matteo Salvini) rientrano in questa logica di verticalizzazione autoritaria. Si tratta, per usare la formula di Norberto Bobbio, di un autoritarismo “democraticamente eletto”: la forma è repubblicana, ma la sostanza tende alla concentrazione del potere.
3.2 Nazionalismo identitario e retorica del “noi”
Il discorso politico meloniano fonda la sua legittimità su un’idea di nazione organica e comunitaria, in cui l’appartenenza è definita in termini etnico‑culturali. La famosa triade “Dio, patria, famiglia”, ripresa dal motto franchista, riassume la visione antropologica del governo: un noi compatto, omogeneo, minacciato da forze esterne — migranti, globalisti, femministe, minoranze sessuali, ambientalisti — percepite come strumenti di dissoluzione dell’identità.
Tale concezione non mira solo a ricostruire un patriottismo “buono”, ma a sostituire la cittadinanza costituzionale con una cittadinanza etnica e morale. In questo senso, il rifiuto dello ius soli non è soltanto una scelta di politica migratoria, ma un atto simbolico: la patria non si eredita dal territorio o dalla legge, ma dal sangue e dai valori. È la medesima idea di “comunità nazionale” che animava il discorso fascista negli anni Trenta, oggi rivestita di linguaggio cristiano‑umanista.
3.3 Nemici interni e costruzione della paura
Ogni regime autoritario, anche in forma soft, ha bisogno di un nemico interno. Nel caso meloniano, questo nemico è rappresentato dall’intellettuale cosmopolita, dal migrante, dal “radical chic”, dagli attivisti LGBTQ+. Attraverso un’abile strategia di polarizzazione morale, il governo identifica in queste categorie la causa di tutte le disfunzioni sociali: l’immigrazione come minaccia alla sicurezza, la “teoria gender” come corruzione dei valori, l’ecologismo come imposizione globalista.
L’effetto di tale costruzione simbolica è duplice: da un lato, rafforza la coesione del blocco conservatore attraverso un comune risentimento; dall’altro, sposta l’attenzione dai conflitti di classe ai conflitti di identità, rendendo irrilevante ogni discorso su disuguaglianza e redistribuzione. È il meccanismo tipico dei neo‑fascismi: trasformare il disagio economico in rancore culturale.
3.4 Revisionismo storico e anti‑antifascismo
Il neo‑fascismo non ha bisogno di rivalutare esplicitamente Mussolini per esistere: gli basta svuotare di significato l’antifascismo. Fin dai primi discorsi ufficiali, Meloni ha adottato una lettura “bilanciata” della storia italiana, ponendo sullo stesso piano fascismo e comunismo e rivalutando la stagione degli “opposti estremismi”. Come osserva lo storico Davide Conti su Il Manifesto, questo rovesciamento discorsivo ha l’obiettivo di “declinare l’antifascismo sulla misura dell’equidistanza, e dunque di neutralizzarlo come fondamento etico della Repubblica”.
Gli omaggi pubblici della sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti (figlia del fondatore di Ordine Nuovo) alla data di fondazione del Msi, o il collezionismo di busti di Mussolini del presidente del Senato Ignazio La Russa, non sono incidenti: sono segnali. Normalizzano la presenza del fascismo nella memoria nazionale e ne favoriscono la coesistenza con la forma democratica dello Stato. È il passaggio dall’“indicibile” al “dicibile”: il fascismo come parte legittima dell’identità italiana.
4. Politiche e pratiche del neo‑fascismo di governo
4.1 Politiche migratorie e biopolitica della frontiera
Una delle aree più significative in cui si manifesta la logica neo‑fascista del governo Meloni è la politica migratoria. L’approccio securitario, la criminalizzazione delle ONG di soccorso e la cooperazione con la guardia costiera libica — denunciata per torture e violenze — rappresentano la versione contemporanea del principio fascista di difesa della “razza italiana”. Non a caso, L’Espresso ha ricordato il legame ideale tra la retorica meloniana del “blocco navale” e l’immaginario coloniale del Ventennio: la difesa dei confini come missione civilizzatrice, destinata a “salvare l’Europa”.
Ciò che distingue il governo Meloni da altri esecutivi europei non è la mera durezza delle politiche — statisticamente simili, per esempio, a quelle francesi — ma la loro giustificazione simbolica: il migrante come nemico esistenziale, non solo amministrativo. In questo senso, il neo‑fascismo si esprime più nella cultura del discorso che nei numeri delle espulsioni.
4.2 Controllo sociale e criminalizzazione del dissenso
Il cosiddetto “decreto Rave” e la successiva legge sulla sicurezza del 2025, che puniscono con pene fino a sei anni chi organizza raduni “pericolosi per l’ordine pubblico”, rappresentano un salto qualitativo nella gestione del conflitto sociale. Come rileva l’analisi pubblicata su Socialist World Media, queste misure sono state concepite per colpire indirettamente i movimenti ecologisti e i picchetti operai, non le feste illegali
cit: socialistworld.net.
Allo stesso modo, le pressioni sui media pubblici, gli attacchi verbali ai giornalisti critici e la proposta di “riforma” della magistratura in senso più subalterno al governo delineano un quadro di democrazia illiberale. Non si tratta di censura sistematica, ma di un progressivo restringimento dello spazio di dissenso — il preludio, storico, di ogni deriva autoritaria.
4.3 L’offensiva contro i diritti civili
Sul piano etico‑sociale, la maggioranza meloniana ha concentrato la propria azione nel bloccare le aperture in materia di diritti delle persone LGBTQ+, aborto e parità di genere. Il rifiuto di trascrivere all’anagrafe i figli delle coppie omogenitoriali e la proposta di rivedere la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza mostrano un orientamento ideologico intriso di moralismo tradizionalista, in cui la famiglia eterosessuale è considerata cellula fondante della nazione.
Lungi dall’essere una semplice posizione conservatrice, questa visione implica la subordinazione della libertà individuale all’ordine comunitario e la riproposizione del modello socio‑antropologico fascista, dove il corpo femminile è funzionale alla riproduzione demografica e simbolica della patria. È un “biopotere” che agisce non con olio di ricino, ma con leggi e campagne morali.
4.4 Il lavoro come disciplina collettiva
Nella gestione del conflitto sociale, il governo Meloni ha adottato un linguaggio fortemente disciplinare: l’elogio del “lavoro ben fatto”, la stigmatizzazione del reddito di cittadinanza come sussidio all’ozio, la riduzione degli spazi di contrattazione collettiva. Tutti elementi che rimandano a una visione corporativa della società, dove la gerarchia produttiva è giustificata come ordine naturale.
La cancellazione del reddito di cittadinanza, accompagnata da una retorica di “merito e sacrificio”, rappresenta una versione aggiornata della morale fascista del lavoro come dovere civico. In essa si riconosce la medesima funzione: moralizzare la povertà, individualizzare il fallimento, impedire la solidarietà di classe.
5. Neo‑fascismo e capitalismo neoliberale
5.1 Un fascismo compatibile con il mercato
Uno degli aspetti più paradossali del neo‑fascismo contemporaneo è la sua compatibilità con il capitalismo globale. Mentre il fascismo degli anni Trenta si presentava come statalista e autarchico, il modello meloniano — come sottolinea Romitelli — è perfettamente integrato nella logica atlantista e neoliberale. L’Italia di Meloni non sfida i mercati: li rassicura. Non rivendica sovranità economica, ma sovranità identitaria, lasciando intatta la struttura di potere finanziario.
In questo senso, il neo‑fascismo non è una rivoluzione, ma una funzione di stabilizzazione dell’ordine capitalistico in crisi. Come negli anni Venti, esso serve a disinnescare la rabbia sociale e a canalizzarla verso bersagli simbolici. Ma, diversamente dal fascismo storico, non pretende più di rifondare lo Stato, bensì di governare l’insicurezza con gli strumenti della comunicazione di massa.
5.2 Il consenso come prodotto mediatico
Meloni è la prima leader italiana a esercitare un potere di egemonia culturale pienamente mediatico. La sua abilità comunicativa nel presentarsi come “madre, cristiana, italiana” produce una narrazione di autenticità che neutralizza qualsiasi opposizione razionale. È un carisma elettronico, sostenuto dai social network e da un apparato di fidelizzazione emotiva che ricorda, in chiave contemporanea, i rituali di appartenenza del fascismo.
Il patriottismo melodrammatico, i video su TikTok, i comizi in stile “rockstar” portano avanti la stessa funzione che un tempo svolgevano le adunate oceaniche: creare un corpo politico unificato dall’emozione, non dalla deliberazione. Il neo‑fascismo vive di questa politica del sentimento, dove il leader si confonde col popolo in un abbraccio emotivo che sostituisce la mediazione istituzionale.
5.3 La distruzione delle mediazioni collettive
Parallelamente, il governo ha progressivamente ridotto il ruolo dei corpi intermedi — sindacati, associazioni, intellettuali pubblici — sostituendoli con la comunicazione diretta tra capo e cittadini. Come ricordava già Umberto Eco nel suo elenco degli “ur‑fascismi”, il culto dell’unità e il rifiuto della complessità sono caratteristiche permanenti di ogni forma fascista. Nel contesto meloniano, questa semplificazione assume la forma di un populismo gerarchico: il capo ascolta il popolo, ma solo per confermare la propria interpretazione del suo volere.
6. La crisi dell’antifascismo e la rinascita del mito nazionale
6.1 L’antifascismo svuotato di contenuti
Uno dei motivi della stabilità del governo Meloni, come nota Socialist World Media, è la disaffezione politica di larga parte degli italiani, testimoniata da un’affluenza elettorale crollata al 64% nel 2022 e al 43% nelle regionali successive. In un paese dove l’antifascismo è divenuto rituale e burocratico, la destra è riuscita a interpretare il risentimento popolare contro una sinistra percepita come elitista.
L’antifascismo, ridotto a commemorazione, non riesce più a fornire una visione del futuro. Meloni, invece, offre un racconto identitario semplice: la patria come casa minacciata da nemici esterni. È un linguaggio emozionale che riempie il vuoto lasciato da una democrazia senza immaginario.
6.2 Il ritorno del patriottismo come religione civile
Nel discorso meloniano, la patria non è solo un’entità politica, ma una fede. L’uso sistematico di riferimenti religiosi (“Dio, patria, famiglia”) e la confusione tra cattolicesimo culturale e identità nazionale definiscono una forma di religione civile che sostituisce l’etica laica della Costituzione. Anche qui si può cogliere la continuità con il fascismo, che faceva dell’italianità una mistica dell’obbedienza e della missione.
La differenza è che oggi questa religione civile è pienamente compatibile con i valori del mercato. La retorica del “Made in Italy”, l’orgoglio nazionale e la nostalgia del passato servono a sostenere un modello economico fondato sulle esportazioni e sul brand patriottico. È il passaggio dal fascismo dell’Impero al neo‑fascismo della globalizzazione.
7. Le contraddizioni interne
7.1 Il doppio registro: istituzionalità e radicalità
La forza del governo Meloni sta nella sua capacità di oscillare tra due registri: uno moderato, rivolto ai partner europei e alla borghesia economica; e uno identitario, destinato alla propria base radicale. Questo doppio linguaggio consente di mantenere l’immagine di un esecutivo “normale” mentre si portano avanti politiche e discorsi che normalizzano la cultura neo‑fascista.
A differenza di Mussolini, Meloni non ha bisogno di sciogliere i partiti o sopprimere la stampa. Le basta colonizzare l’immaginario: rendere pensabile ciò che prima non lo era. La battaglia delle parole (“radicali di sinistra”, “buonisti”, “immigrazionisti”) produce un nuovo senso comune, dove termini come “solidarietà” o “antifascismo” diventano obsoleti.
7.2 La guerra culturale come strategia di dominio
FdI comprende che il potere contemporaneo non si conquista solo nei parlamenti, ma soprattutto nella sfera simbolica. Per questo investe nella guerra culturale: occupa le istituzioni scolastiche e mediatiche, promuove narrazioni revisioniste sulla Resistenza, orienta la memoria pubblica verso l’orgoglio nazionale anziché la colpa storica. È un processo lento, ma efficace: una forma di egemonia gramsciana capovolta, con la quale la destra neofascista diventa il punto di riferimento identitario del “popolo”.
8. Conclusione: il neo‑fascismo come sintomo della democrazia in crisi
Definire il governo Meloni “neo‑fascista” non significa evocare il ritorno delle camicie nere, ma riconoscere la riformulazione delle strutture di potere autoritarie in chiave moderna. Come scrive Romitelli, il neo‑fascismo non nasce più da un’insurrezione armata, ma dalla crisi interna della democrazia liberale, incapace di rispondere alle disuguaglianze e all’insicurezza globale. In questo vuoto di senso, il nazionalismo identitario e il leaderismo carismatico appaiono come soluzioni rassicuranti.
Il “melonianesimo” è dunque la versione italiana di una tendenza internazionale: il confluire di populismo autoritario, conservatorismo morale e neoliberismo economico in un unico blocco di potere. È un progetto che usa la libertà per ridurla, che invoca il popolo per neutralizzarlo, che brandisce la patria per governare la paura.
In ultima analisi, il governo Meloni è neo‑fascista non per nostalgia del passato, ma per la sua capacità di reinterpretare l’eredità del fascismo in un contesto nuovo: la democrazia mediatica del XXI secolo. Come nel Ventennio, il suo obiettivo non è distruggere lo Stato liberale dall’esterno, ma svuotarlo dall’interno, fino a trasformarlo in una forma senza sostanza.
L’antifascismo, per sopravvivere, deve riconoscere questa trasformazione: il fascismo non ritorna mai uguale, ma ritorna sempre. E oggi veste i colori della normalità istituzionale, parla il linguaggio del buonsenso e governa con il consenso della maggioranza. È questo il volto del neo‑fascismo italiano.
post creato con il supporto di AI
Nessun commento:
Posta un commento